Le forme in novi corpi trasformate/gran desio di cantar m'infiamma il petto,/dai primi tempi alla felice etate/che fu capo all'imperio Augusto eletto:/dei, ch'avete non pur quelle cangiate,/ma tolto a voi più volte il proprio aspetto,/porgete a tale impresa tanta aita,/ch'abbiano i versi miei perpetua vita."
In questi giorni ero in preda ad uno strano malessere, che non sapevo da dove venisse, ma mi stringeva come una morsa. Ci ho riflettuto sopra per ore e ore, senza trovare risposta. Che fosse la mia situazione scolastica non proprio stabile? Ma no, sono un ribelle al cazzo, mi piace troppo abbassarmi i voti perché mi danno fastidio i professori che me li scelgono senza sentire il mio parere in proposito, non era questo.
Eppure c’era il malessere.
Il disprezzo per la mia generazione? Ma no, è cifra stilistica comune da diversi anni, non m’affanna più il cercare di non farlo. Eppure, già qui si notava qualcosa di diverso, di nuovo, di strano. Un orrore freddo, gelido, acuto mi colpiva nel tornare a scuola, nella mia classe. Un orrore che non era disprezzo, né disgusto, né ribrezzo, né odio. Ci credereste? C’era come una punta di malinconia. Non riuscivo più a entrarci, là dentro, davvero, e non perché i miei compagni fossero peggio del solito, tutt’altro. Niente di che, i soliti uomini e donne foderati di cuoio e seta, vetro e plastica, niente d’entusiasmante o di sconvolgente. E allora cos’era? Non riuscivo a capirlo. Ma era insopportabile. Un orrore mai provato prima. Altro che quello di Martin Sheen dopo aver ucciso Marlon Brando.
Ci si poteva aggiungere, ultimo ma non meno importante, la recente scomparsa di mio zio. Però, come ho già avuto modo di dire, sono meno sconvolto dall’evento di quanto si temesse (e mi ha fatto tenerezza vedere come Giò s’impegnasse a fondo per tirarmi su, per una sorta di “dovere” causato dal nostro essere “amici”, – e ora m’odierà per averla ingannata, ma forse è meglio così). Voglio dire, non eravamo legatissimi... eppure, nei giorni del lutto, nell’atteggiarmi a una serietà insistita per soddisfare la buona creanza e la – vera – disperazione dei parenti, mi sono scoperto realmente triste. Ma che è?, mi son chiesto. Bovarismo? Sindrome del Don Chisciotte? Eccesso di metodo Stanislavskij? Ma no, bando alle stronzate.
Ho riscoperto, nel frattempo, un interesse mai manifestatosi – e finora inesistente, grazie all’assoluta incompetenza della mia insegnante di greco, che infatti non reputo un’insegnante – per i lirici greci arcaici, anche a causa del mio ovvio studio, nel frattempo, di Orazio e dei suoi rapporti con essi. Mi sono sorpreso – e questo fa irrimediabilmente e per sempre di me “una barca nel bosco”, un outsider – a trovare d’incredibile bellezza certi frammenti di Mimnermo e Simonide, a trascriverne citazioni, a leggerli quasi con commozione. Ecco, siamo arrivati al limite delle mie ben note seghe mentali, mi son detto.
Poi, alla festa a sorpresa di Adriana – dove, pur nel mio ingombrante razionalismo scettico, snob e neo-euripideo, oltre che swiftiano, sono riuscito a non fare la parte di Michele Apicella in “Ecce bombo” – è arrivata la soluzione. Lasciatomi convincere come al solito dagli adorati demòni, che nel loro ingenuo pietismo m’avevano offerto blanda solidarietà e tenue compagnia, c’ero andato, prevedendo gli ovvi sviluppi della serata: il consueto baccanale soft adolescenziale in un pub da sinistrorsi. Più che altro l’ho fatto per Adriana.
E ovviamente c’era questo strano malessere, che ancora, dopo essere scivolato su un sacco di false piste, non m’ero riuscito a spiegare. Aveva preso il posto persino del mio solito snobismo.
Poi è arrivata la torta a mezzanotte, tra ironie varie e fotografie. A quel punto mi sono girato verso Stefano e ho fatto: - A ottobre io farò cancellare un bel po’ di giorni, così, in teoria, io non avrò mai compiuto 18 anni! –
- Sindrome da Peter Pan, eh? – ha risposto sornione lui, con quella sua voce stentorea, bizzarra, e per così dire, positivamente “storta”. Io, ovviamente, ho annuito. Flash! Un lampo in testa. Εύρεκα!, fece Archimede, quando, lavandosi le chiappe, scoprì il famoso principio.
Paura. Nient’altro che semplice, pura paura. Paura del tempo, paura d’invecchiare, paura del progressivo, più che del progresso, paura di cambiare. Paura di dover essere poi costretto a fare uso di madeleines come Proust. Voi direte: ma fai il decadente al cazzo già a 17 anni? Goditi la vita! E non vi darei torto, no no, ma scuoterei soltanto la testa. Voi non potete proprio capirmi, non è in vostro potere.
Ecco spiegato tutto! L’angoscia data dalla scuola? È perché sta per finire, perché manca solo un anno, perché l’anno prossimo ci sono gli esami e io non contavo d’arrivarci vivo, invece lo farò e la cosa mi spaventa da matti. L’orrore dei miei simili? È perché tutti diventano maggiorenni, cambiano, si fidanzano, rafforzano i divari, rafforzano le tele di bugie e di segreti che ne faranno dei perfetti esemplari della borghesia del futuro, perché tutti non sono più e non saranno più – e forse non sono mai stati, in realtà – quali io li avevo dipinti, idealizzandoli, negli ultimi due anni. Mio zio? È perché la morte ci fa ricordare – è un pensiero così banale che mi vergogno ad esprimerlo – quanto siamo brevi, effimeri, precari, non più durevoli della fiamma d’uno zolfanello, “si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie”, e via discorrendo. Insomma, la sindrome di Peter Pan, che non vuol crescere. D’altronde, per me è facile illudermi che non accadrà, considerata la mia piccola statura, croce e delizia della mia esistenza – croce quando non riesco a raggiungere lo scaffale della Feltrinelli dove c’è il volume dei “Pensieri” di Pascal perché troppo in alto ed ovviamente non chiederei mai aiuto ad anima viva, e delizia in tutte le altre occasioni.
Semplicissimo, no? E ora che l’ho capito, è più facile conviverci, con questo malessere. Più facile demitizzarlo, smontarlo, scomporlo, stanarlo, stordirlo, ignorarlo, eliminarlo, depistarlo. A volte, perfino, riderci su. Ma dico, senza Stefano, come ci sarei arrivato? Per questo lo ringrazio. Perché un Amleto ha sciolto il dubbio d’un altro Amleto. Perché la Sfinge ha risolto il dubbio di Edipo. Grazie, Sté.
“Tu non cercar di sapere, ch’è contro il divino volere, che fine a me o a te
gli dei avran dato, Leuconoe, e non andare a stuzzicare
gl’oroscopi di Babilonia. Tanto meglio sopportar tutto, checché ne succeda,
che più inverni c’accordò Giove o che questo è l’ultimo,
quello che ora su erosi scogli contrari fiacca il mar
Tirreno: non far pazzie, cola il vino, e, giacché noi ci restiam poco,
scorcia la speranza troppo lunga. Già mentre parliamo, intanto, sarà fuggito il reo
tempo: cogli questo giorno, e sul domani non far proprio l’ingenua.”
Io penso che la vita sia fatta tutta di dualismi, ecco. So che pare banale o retorico, ma è vero. Nulla è più innaturale dell'ovvio, c'insegna Sherlock.
Ricorda Omero che Zeus ha due orci accanto a se, e con essi distribuisce i beni e i mali. Alla nascita di ogni essere umano, gli infligge allo stesso tempo la più grossa maledizione e la più grossa benedizione. Spesso il confine tra bene e male è molto labile, non c'è possibilità di tirarsela facendo i manichei, e non si riesce a individuare quale dei due prevalga, e quale dei due si esprima di più in noi.
C'è chi ad esempio nasce al posto giusto nel momento giusto, e sarà il re del mondo: sa di esserlo, e non c'è niente che lo turbi. Accade però che sia colpito dalla grave maledizione della vacuità. Così come c'è ad esempio chi subisce la grave maledizione della pazzia che fa da cartellino rosso della società. Eppure può aver avuto il dono del pensiero.
C'è chi ha il dono del silenzio, ma ha la maledizione della pigrizia. Chi ha la dote dell'eloquenza e la maledizione dell'eccessiva loquacità, a scapito del senso. C'è chi è chiaro ma non si esprime, e chi è oscro perché ha una splendida e onnicomprensiva confusione in testa.
L'Io è scisso, frammentato e indefinito, e le certezze bisogna trovarsele col lumicino, come le pepite d'oro nel Klondike.
Resta da capire cosa e come e quando e perché e se accettare i nostri dualismi e di convivere con essi, e se accettare solo la nostra benedizione o usare la nostra maledizione come fosse, in realtà, il dono più grande.
Questa sera si recita a soggetto, comici spaventati guerrieri miei.
"L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che ogni cosa un giorno si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito! Che significato ha questo folle mito?" Così dice Kundera all'inizio de "L'insostenibile leggerezza dell'essere" (libro che finalmente ieri, prima della festa di Roberta - che mi è piaciuta molto, per intenderci - sono riuscito a cominciare a leggere, innamorandomene subito), ed è vero. Domani parto per Praga e rivivo le stesse sensazioni di quando due anni fa partii per la Grecia. Allora avevo molta meno consapevolezza di adesso, e soprattutto non mi aspettavo le sorprese che sarebbero venute. Oggi sì, ma niente riesce a liberarmi di quella sensazione di dejà vu, che, banalizzando, corrisponde al concetto nietzschiano.
Quel senso di attesa che spesso supera la bellezza dell'evento in sé, quella velata misantropia venata di panismo whitmaniano... è un caso che questo blog sia nato all'incirca in questo periodo?
"Voglio proprio vedere come va a finire!", canta Vasco in "Vado al massimo". Veh, vi lascio una canzone di Battiato che non riesco a smettere di ascoltare in questi giorni... non parla di Praga bensì di San Pietoburgo, com'è noto, ma mi ci fa pensare comunque...
FRANCO BATTIATO Prospettiva Nevski
(Da "Patriots", 1980)
Un vento a trenta gradi sotto zero,
incontrastato, sulle piazze vuote
e contro i campanili,
a tratti, come raffiche di mitra,
disintegrava i cumuli di neve.
E, intorno, i fuochi delle guardie rosse, accesi
per scacciare i lupi, e vecchie coi rosari.
E, intorno, i fuochi delle guardie rosse, accesi
per scacciare i lupi, e vecchie coi rosari.
Seduti sui gradini di una chiesa,
aspettavamo che finisse Messa
e uscissero le donne;
poi guardavamo, con le facce assenti,
la grazia innaturale di Nijinsky.
E poi di lui si innamorò perdutamente
il suo impresario, e dei balletti russi.
E poi di lui si innamorò perdutamente
il suo impresario, e dei balletti russi.
L'inverno con la mia generazione,
le donne curve sui telai,
vicine alle finestre.
Un giorno, sulla prospettiva Nevski,
per caso, vi incontrai Igor Stravinsky.
E gli orinali messi sotto i letti per la notte,
e un film di Ejzenstejn sulla rivoluzione.
E gli orinali messi sotto i letti per la notte,
e un film di Ejzenstejn sulla rivoluzione.
E studiavamo chiusi in una stanza,
la luce fioca di candele
e lampade a petrolio;
e, quando si trattava di parlare,
aspettavamo sempre con piacere.
E il mio maestro mi insegnò com'è difficile
trovare l'alba dentro l'imbrunire.
E il mio maestro mi insegnò com'è difficile
trovare l'alba dentro l'imbrunire.
"Dolce e chiara è la notte e senza vento/e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti/posa la luna e di lontan rivela/serena ogni montagna [...]" (Giacomo Leopardi)
Si parla giustamente della "sera del dì di festa", preparandomi alla quale ero parso, appunto, "la donzelletta" che "vien dalla capmpagna". Giacomo, questo che viene è un ricordo molto felice, forte e vivo. Seguimi ed ispirami bene questa rimembranza, ma per piacere non influenzarmi più di tanto.
Diciotto anni e un giorno fa nasceva Giovanna, personaggio emblematico della vita e della letteratura moderna, figura bellissima ed inquietante, mutevole e arcana. E' un caso che sia nata il giorno della morte di Marx? Chi lo sa.
La festa in maschera aleggiava nell'aria come qualcosa di ignoto e meraviglioso al contempo da mesi, il che da una parte mi affascinava e dall'altra mi atterriva. Quanti travagli ci sono stati, per poter venire! Chi mi è vicino lo sa. Ma Giovanna voleva - volle, sempre volle, fortissimamente volle - assolutamente che io venissi, e non si dica che io sono un traditore.
Sapevo, comunque, che sarebbe andata bene. Sapevo che mi sarei divertito un sacco. Era nell'aria. Lo sentivo.
Vestito da diavolo - mio fratello dice che una festa in maschera è una cosa molto "comunista", perché annulla le distinzioni sociali, e in effetti l'altro ieri sera era vero -, con in testa l'immagine sublimemente ridicola di un'orda di persone travestite che giravano per Bari un venerdì sera, sono andato.
Il posto era piccolo - colpa di contrattempi dell'ultimo minuto che avevano causato un cambio forzato rispetto alla sala decisa in precedenza -, ma non conta. Era accogliente. E poi, l'importante erano le persone. Danilo vestito da Fantasma dell'Opera - indubbiamente il migliore, nella sua sintesi di adesione al personaggio ed esercizio di stile -, Pietro da John Lennon in vena antimilitarista, Nicola da soldato, Paolo da Giulio Cesare, Luigi da pappone, Doriana da fata turchina, Annalisa da Cappuccetto Rosso, Arianna da Minnie, Marika da diavolessa, come me, Adriana da spagnola, Monica da ballerina di can can, Giovanni da "Il corvo", Robbie da ballerina, i due Francesco da prete e carcerato... ognuno interpretava se stesso e il proprio doppio con una vitalità, una freschezza innate e congenite, di cui è facile stupirsi.
Ognuno, in fondo, forse, era semplicemente ciò che sogna davvero di essere: dall'artista maledetto all'imperatore al fantasma onnisciente che grava su tutti, dalla ballerina all'uomo con tante donne al suo servizio, alla creatura dotata di poteri magici che crede nell'amore, all'eterna bambina - e in effetti Annalisa s'era già vestita in maniera simile alla festa per il suo diciottesimo compleanno, segno che il suo atteggiamento di inconscio desiderio di tornar bambina non è affatto mutato, in questi ultimi due mesi - al prete. L'identificazione tra vita e sogno era totale, come ricorda giustamente Calderon de la Barca.
Poi c'era lei, Giovanna, vestita da dama dell'800, che faceva mostra di sembrar grande e invece era così piccina, che rivelava la sua contraddizione tra essere umano tradizionale - nelle passioni e negli interessi - e spirito votato all'anticonformismo, al pensiero libero, al dionisiaco ben temperato.
Consueta girandola di cibi - torta squisita -, musica a tutto spiano e ritmi indiavolati - "e gira tutto intorno alla stanza/mentre si danza, danza..." -, risate, cazzate, fotografie, trenini, Francesco che mi solleva in aria, tutti che saltano addosso come in un'esilarante parodia di una partita di rugby, il mio forcone che punzecchia le parti basse un po' di tutti e che gira di mano in mano con risultanti comicissimi - s'è mai visto un prete con un forcone da diavolo in mano? -, il duello con Giovanni e poi quello con Paolo, combattuto a suon di stuzzicadenti e finito nella recita della morte del suo personaggio - d'altro canto, sono o non sono le Idi di Marzo? -, tutti che si fottono i cocktail di tutti, il Sex on the beach che scioglie la lingua e rende tutti liberi - io amo l'alcol! -, una lieve pena per chi non si divertiva che però non riusciva a trasformarsi in serietà e si stemperava nell'assoluta assenza di svolgimento di pensiero - per una sera ho mandato a puttane la mia anima di filosofo al cazzo, tié!, chissà che non abbia goduto un po'!, ... cose così, insomma.
Una festa in maschera, com'è noto, vede il trionfo dello spirito carnevalesco, il sovvertimento di tutti i ruoli, gli ordini e le regole costituiti, la presenza degli istinti più elementari, la predominanza del riso come rossa catarsi dell'antracite circostante, la dissacrazione - come quella, appunto, dei personaggi che interpretavamo -, l'appianamento delle distinzioni sociali, come dicevo prima, la maschera, la finzione, la recita, il gioco: ebbene, tutto questo c'è stato. Non c'è arte che tenga, a tutt'oggi, a quella del vivere, anche se magari questa è la più difficile e la meno accettata di tutte, fra gli artisti, che, pur tuttavia, ne sono affascinati come le falene dalla luce, il ferro dalla calamita, i romantici dalla luna.
A mezzanotte, il silenzio. Gli auguri, la torta. E' il momento. "E' il tuo momento", mi dice Danilo. E' il mio momento. Vado.
"Lo sai che sei mitica, Giovanna?" E lo sai che anche la tua nascita è mitica? Lo sai che sei figlia degli dei?". E poi le leggo quella poesia che ho composto per lei in settimana, di stampo mitologico-eziologico (vi dice niente il famoso poeta di Sulmona?). E' lunga, ci metto un bel po' a leggerla tutta. Gli altri si spazientiscono e mi fanno segno di concludere, io penso: "'Sti gran cazzi! E' il mio momento, e non me lo rovineranno!"
Alla fine Giovanna è commossa. Mi abbraccia. Mai stretta fu così morbida, e non è un ossimoro. "Grazie... grazie davvero... grazie di essere venuto.". Dimensione astorica e atemporale del sogno, la chiamano.
Poi un altro po' di sano cazzeggio, conciliaboli, imitazioni, coriandoli in testa. Orsù, la commedia è finita. E' ora di andare, figli miei, attori miei. Stasera abbiamo celebrato anche noi dei riti misterici: da domani sarà la vita di sempre, e noi saremo gli stessi, tornati nella nostra coscienza, rinchiusi nelle nostre gabbie come polli nelle stie, relegati nelle nostre tirannidi personali. Ma stanotte, al buio, ci attende l'infinito.
"... e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.'"
(Giacomo Leopardi, L'infinito)
"Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale,
dopo avere viaggiato dentro il sonno: l'inconscio ci comunica, coi sogni,
frammenti di verità sepolte.
Quando fui donna, o prete di campagna,
un mercenario, o un padre di famiglia...
Per questo, in sogno, ci si vede un po' diversi,
e luoghi sconosciuti sono familiari:
restano i nomi e cambiano le facce,
e l'incontrario... tutto può accadere.
Com'era contagioso e nuovo il cielo,
e c'era qualche cosa in più nell'aria..."
Questa notte ho sognato che vivevo in un mondo di cerchi da hula-hoop che volteggiavano tutti, sparsi attorno a me, in un deserto rosa incarnato, talora col colore della pelliccia del leone. I cerchi erano di tutti i colori, ma ovviamente predominavano quelli rossi, blu, gialli e verdi. Io mi stavo divertendo con uno di essi, quando all'improvviso mi si restringeva attorno alla vita e per poco non mi strozzava. Nello stesso momento gli altri cerchi si sollevavano da terra e formavano una torre enorme, altissima, sulla quale, istintivamente, mi arrampicavo, ridendo, ghignando, singhiozzando e piangendo allo stesso tempo. Arrivato in cima, o almeno quella che mi pareva essere la cima, mi guardavo attorno e mi trasformavo in una rondine di sabbai, gettandomi in picchiata nella cavità formata dai cerchi, acquistando man mano velocità. Volteggiavo e volteggiavo, finché i cerchi non diventavano anelli che si appiccicavano alle mie ali come calamite ad un frigorifero, ma io me li scrollavo di dosso, obbligandoli a trasformarsi in stelle e a tenersi a un minimo di distanza di un anno-luce. Essi, pur se inanimati, si ribellavano e formavano un unico, grande cerchio rosso che mi circondava, quasi fossi un novello uomo di Vitruvio (il disegno di Leonardo che trovate dietro la moneta da € 1), percorreva varie orbite, mi soffocava di nuovo, poi mi sospingeva verso un baratro e si allonanava volando. Alla fine mi seppellivo sotto la sabbia, lasciando un'orma quasi intangibile della mia presenza.
Dopodiché ho sognato che Giovanna, ridendo con tutte le sue ventisei vibrisse, proprio sopra le labbra, mi versava addosso, lanciandomelo, un secchio di vernice tricolore, esattamente come la bandiera dell'Italia. Ridevo anch'io, ridevo davvero di questo, dopodiché mi arrampicavo sopra uno scivolo e la sfidavo a fare altrettanto, partendo però dalla direzione opposta. Lei ci riusciva e stavolta le gettavo io addosso un secchio di vernice tricolore. Ridevamo ancora come matti, finché non ci rendevamo conto di essere finiti in amre e di avere l'acqua alla gola senza saper nuotare - anche se, in realtà, sono certo che Giovanna sappia nuotare -, ma non smettevamo di ridere e andavamo a fondo trasformandoci in due are - un tipo di pappagalli molto comune - rosse e blu, come la casacca del Bologna Calcio. Ci adagiavamo quindi e dormivamo il sonno dei giusti, dopo un'ultima grassa, sonora, belluina risata. Su di noi veniva scritto questo verso di Dante: "Conobbi il tremolar de la marina".
Mia madre, nel rassettare la casa, guarda per caso le foto di me quand'ero piccolo e nel suo animo si mescolano rimpianto e nostalgia. "Eri tanto bello, quand'eri piccolo! Riccio (!), e avevi un sorriso che non aveva uguali! Il tuo sorriso era la cosa più bella del mondo: quando lo vedevo non c'era altro che desiderassi vedere..."
"Ti scioglievi, insomma"
"Sì, mi scioglievo!"
E sapete come la penso sui sorrisi.
Poco dopo mio fratello chiosa: "Già, eri tanto un bel bambino, all'asilo e alle elementari. Non eri mica una patata come adesso! Cioè, eri normale, eri allegro, eri buono!"
Mia madre: "Soprattutto in quinta elementare, quando ti mettesti per la prima volta gli occhiali! Ti sentivi bello, con quelli, sentivi di stare davvero bene.
Poi sei cambiato.
E sei diventato cattivo."
Strano, non ricordo questo zenit di autostima, ma è bello sentirselo dire. E il bello è che io ero felice nonostante stessi accettando di essere un minorato, almeno dal punto di vista fisico. Ma dev'essere la mia mentalità "eroica", epica, greca, aristotelica, foscoliana ed anche un poco alfieriana, quella che mi fa accettare tutto poiché sia l'unico e solo, poiché mi distingua.
E' vero. Alle elementari ero davvero un bel bambino. Le elementari sono state un periodo stupendo. Coi miei compagni mi trovavo davvero bene, avevo delle emozioni davvero semplici, non ero esigente come adesso. Anche se non mi sono riempito di cartoni animati, come i miei amici (che li guardano ancora), la mia infanzia è stata un periodo stupendo.
E poi che è successo? Semplicemente il trauma di cambiare scuola, e ritrovarsi senza nessuno di conosciuto in una scuola sconosciuta, la perdita del baricentro e il confronto con una realtà molto più dura, aggressiva, violenta e volgare di quel che pensavo.
Non augererei di fare le scuole medie che ho fatto io nemmeno al mio peggior nemico. Sono state terribili. Si salvavano solamente Annalisa, Nicola e Marika, ovviamente (oltre a Doriana e Pietro che erano in un'altra classe, Pietro era forse più rozzo ma certo più vispo di quel che ora, peccato). Non le ripeterei per nulla al mondo.
E' per sopravvivere in questo ambiente, in questa giungla, in questa selva molto più che oscura, che ho dato sfogo alla parte peggiore di me (egoismo, velenoso sarcasmo, avidità, cinismo, invidia...). Dovevo campare, capite? E nel frattempo è emersa quella vocazione al solitarismo che alle elementari era un semplice somigliare a quel fratello Karamazov di cui non ricordo il nome, e non era un peso. Così da essere quel tanto caro bambino, che a detta di tutti aveva un gran cervello e scriveva racconti su un pezzo d'ovatta che si fa uomo (molto dannatamente fantasy ed evangelico, nevvero?), sono passato ad essere quell'arcigno Pecorin, quel barbaro Boe Syszlak che la scolaresca delle superiori si è ritrovata di fronte. Oh, sì, anche allora il mio quasi talento letterario era noto, ed anche allora esercitava il suo fascino (ricordiamo che persino Elio, una volta, ha parlato, stupito, di una storia che stavo scrivendo) sulle persone, ma non contavo comunque nulla per costoro.
Alcuni di loro sono cresciuti, sono diventati persone mature, ed ora mi trattano bene, quando mi incontrano ancora; altri non sono cambiati e non cambieranno mai, sono sempre i soliti imbecilli.
Insomma, ero un angelo in tutto e per tutto e sono stato precipitato dall'Empireo nella voragine di Lucifero. (Dell'uom la prima colpa e del vietato
Arbor ferale il malgustato frutto,
Che l'Eden ci rapì, che fu di morte
E d'ogni male apportator nel mondo, 5Finchè un Uomo divin l'alto racquisto
Fa del seggio beato e a noi lo rende,
Canta, o Musa del ciel;...)
Ecco il ragazzo antipatico e velenoso, pesante ed odioso che avete conosciuto voi, l'aristocratico snob pazzo pieno di idee preconcette e paranoie. E' così che mi sono fatto odiare. E' così che mi sono fatto odiare dai miei compagni. Anzi, è così che ho causato la loro indifferenza.
Me lo merito, in fondo, no? Non lo nego assolutamente. Me lo merito eccome. Devo scontare la pena del contrappasso per la mia colpa. Devo riconquistare il paradiso perduto. Devo recuperare l'angelo che in fondo, ma molto in fondo, possiedo, e che ho cacciato via a pedate perché non adatto al contesto in cui vivevo. Accetterà di tornare? Non lo so. Ma è indispensabile. Perché altrimenti non posso più vivere. Nella mia vita non ho fatto altro che cercare la libertà, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta, ma sono diventato paradossalmente, alla fine, prigioniero di me stesso.
Ma ora devo cambiare. Perché deve andare così e basta. Se mi sono guadagnato il vostro odio, allora c'è qualcosa di profondamente sbagliato che va radicalmente mutato. E niente scorciatoie stavolta. L'alternativa è la morte. O la mia o quella degli altri. Non c'è scampo. Se devo sottostare a quel particolare tipo di tirannia cui fu soggetto già alle medie e che è stato la causa di tutto alle superiori, e si è ripetutaoanche se con esiti meravigliosamente diversi, allora lo devo fare bene. Perché tanto l'anarchico al cazzo io non lo so più fare.
"per ogni Dotto che sfornano io rimango Pisolo [...] suppone verità che in quanto supposte se le metta nel culo."
Non è dedicata a nessuno, attenzione.
Chiedo scusa a tutti. Vi chiedo soltanto di tagliare bene l'aquilone.
"Et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto, e ''l pentersi..."
Questo divertentissimo test (per chi lo riceve, per chi lo invia, per chi lo legge) l'ho già fatto su Facebook, ma lo volevo proporre anche a voi per non deprivarvi di questo piacere.
Regole: Una volta che siete stati citati in questa nota, dovreste scriverne un'altra sul vostro spazio fcon 25 fatti sparsi su di voi, abitudini, fatti, fissazioni, peculiarità. Fatto questo dovete tctiare altre persone, ma chiunque di voi anche se non citato può farlo, ricordatevi di citare anche la persona che vi ha tcitato così potrà leggere! Copiate e incollate sulla nota anche queste istruzioni e poi pubblicate.
1) Non sono ancora nato.
2) Non vado mai a fare pipì con la luce spenta perché temo che qualche animale potrebbe uscire dal water e me lo potrebbe mordere.
3) Ritengo di essere un personaggio inventato da Lermontov.
4) Sono un erudito al cazzo.
5) Appartengo a quelle poche migliaia di persone che amano il Battisti post-Mogol.
6) Sono entrato su Facebook inizialmente per deridere i miei amici che erano iscritti lì, giacché non si può criticare qualcosa che non si conosce, poi mi sono un po' lasciato prendere la mano.
7) Dicono di me che sono un ragazzo molto astratto.
8) Una volta ho scritto un romanzo in due settimane.
9) Ho visto "Le iene" di Tarantino quattro volte di cui l'ultima in lingua originale.
10) La mia canzone-simbolo è al momento "Hot 'n' cold" di Katy Perry, prima era "Giudizi universali" di Samuele Bersani.
11) Amo fare citazioni che nessuno capisce.
12) A sette anni sono scappato di casa.
13) Quando avevo dieci mesi di vita bevevo già la birra.
14) Non seguo i telegiornali, quindi non so nulla su Obama a parte che è il presidente degli Stati Uniti, che la maggior parte del mondo parteggia per lui e che a tutti interessa più come figo che come politico.
15) Il mio colore preferito è il blu.
16) Una volta volevo imparare a memoria la "Divina Commedia".
17) So scrivere canzoni in inglese.
18) A Praga voglio assolutamente visitare la casa di Kafka.
19) Adoro fare il male responsabilmente mentre odio farlo involontariamente, in termini giuridici preferisco il dolo alla colpa.
20) Da anni sogno di avere un bastone da passeggio con un pomo in argento a forma di delfino, magari lo avessi per i 18 anni! Tutti mi dicono che sono pazzo ad avere un desiderio del genere.
21) Preferisco festeggiare il mio "non-compleanno", come in "Alice nel Paese delle Meraviglie" piuttosto che il mio compleanno, perché festeggiare quest'ultimo significa festeggiare l'invecchiare e l'avvicinarsi sempre più rapidamente alla morte, e questo è troppo macabro persino per me.
22) Adoro i film horror e quelli con scene disgustose.
23) Ritengo che la saga di Harry Potter sia un magistralmente riuscito esempio di epica moderna.
24) Sono uno dei pochi individui di sesso maschile al mondo cui piacciono le fiabe di Andersen.
25) Ho dato un soprannome a tutti i miei amici che loro non conoscono: ad esempio Giovanna, che mi ha taggato in questo test, è Pentesilea, la Regina delle Amazzoni.
A bientot!
Cito Claudia, Lorenzo, Anna, Matteo, Milena e Sluggard.
P. S. : La Juventus ha vintooooooooooooooo! Pur da agnostico, ammetto che al 92' è accaduto un evento soprannaturale ahahahahahahahah!
(trascrivo direttamente dai miei diari, con un'unica variante: qui ho usato i nomi veri di persone che lì sono sotto pseudonimo)
1° PARTE
Non è che la giornata fosse cominciata nel migliore dei modi: non avevo affatto voglia di andare a scuola, era dannoso per me ed oltretutto il tempo era deprimente. Sfortunatamente ho una coscienza che mi dice "Non puoi saltare i compiti in classe, neanche quelli che ti abbassano la media", per cui i piedi si sono mossi motu proprio. "Così la coscienza ci fa tutti vili": c'aveva ragione, Amleto!
Per fortuna i componenti della mia Comedie Humaine mi hanno prontamente rallegrato, e poi parte della traccia del compito era tratta da "L'amico ritrovato" di Uhlman, dal che potete capire con che spirito ho passato quelle ore. Il sorriso sulla faccia me l'ha suggellato Luigi, che, mentre uscivamo, se ne è uscito dicendo: "Mi raccomando, ragazzi, che vi voglio eleganti stasera!", e io, agitando la mano e parlando languidamente ho risposto: "Come no, amore!", e lui "Mi raccomando, che dobbiamo fare un'orgia, stasera!", e io "Non sarà un'orgia gay?", e lui "Certo che è un'orgia gay!", con quella sua faccia di gomma che mi fa morire.
Sull'autobus due signore si sono fatte tre quarti di cazzi nostri mentre Doriana e Pietro discutevano sul se e come scambiare tenerezze con i rispettivi partner. Il secondo, recentemente inguaiatosi (oops!, volevo dire fidanzatosi), asseriva che bisognava fare le fusa come i gatti, la prima controbatteva che, se lui fosse stato il suo fidanzato, un atteggiamento simile le avrebbe dato fastidio.
Io e Nicola, che grazie a Dio siamo scapoli, ci siamo rotti abbondantemente i coglioni e non abbiamo fatto che osservarli con un sorriso di commiserazione. Non per essere snob, ma ho troppa poca pazienza per impegnarmi, e poi sono anche nato unico nella mia specie.
Ora aspettiamo la "perdizione", ah ah ah!
2° PARTE
Quando sono tornato, questa notte, non ce l'ho fatto: lo spirito era stipato di pensieri che neanche duecento Pensatoi avrebbero potuto contenere, ma il corpo era esaurito. Son crollato sul letto e ho dormito fino a mezzogiorno.
Per una volta la ragione ha dovuto sottostare alla carne, ma mi ha lasciato comunque i pensieri in caldo per scriverli appena sveglio, da brava massaia.
A dire il vero, tutto era cominciato in maniera troppo perfetta. Io e Nico eravamo arrivati puntuali all'appuntamento datoci da Doriana, i conoscenti che incontravamo per la strada capivano subito dove stavano andando e sorridevano complici, e in macchina avevo dimostrato persino una certa prontezza di spirito parlando con gli altri, forse acuita dallo strepitoso abbigliamento di Doriana da dove traspariva tutta la sua terza abbondante.
Che neanche le altre ragazze scherzavano, sia chiaro! Per un bizzarro e del tutto ovvio miracolo, il sesso femminile dà il proprio meglio, quando s'acconcia per le feste [n.d.R.: era quella per il 18° compleanno di Annalisa, la mia pellicana]. Non dico che proprio tutte erano "bone", ma al 90% sì. Tra le migliori, oltre Doriana, segnalo Maria e Giovanna, che sembravano entrambe delle statue d'arte greca con dieci anni in più.
Sono stato il primo ad arrivare in sala, ci credete? Io non sono mai puntuale, di solito.
Gli uomini, invece, riprendendo il discorso di prima, alle feste non hanno nulla da dimostrare, ma semplicemente da mostrarsi, per cui ripiegano soltanto sull'eleganza, non avendo da cambiare il proprio essere. Ad ogni buon conto, abbiamo fatto tutti la nostra ottima figura: io con la mia camicia nera fighissima, Davide che sembrava il Padrino per come era vestito, Pietro che pareva uno sciupafemmine (e durante la festa sembrava invasato), Luigi e Paolo in giacca come due rampolli (proprio a non voler sottolineare il loro stato sociale!): Paolo, poi, era proprio identico a Lapo Elkann, con l'unica differenza che non tira di coca (o forse no, come sembra asserire Facebook?), e tutti e due, se non fosse per i loro sguardi plastici, quelle bocche infantili e quel loro essere snodabile, avrebbero dimostrato trentacinque anni, tanto erano aristocratici.
La festeggiata, soprannominata poi "Porcahontas" per l'abbigliamento, è arrivata alle dieci, in un grottesco ma commovente tentativo di apparire una bambina birichina, quando in quel momento sembrava la più vecchia di tutti. M'è un po' dispiaciuto per lei, ma non è colpa mia se ci piace festeggiare l'approssimarsi al grigiore dell'adultità.
La festa è stata normalissima, il consueto misto di musica, baldoria, volgarità e piccineria. Ho cercato di ubriacarmi, non ci sono riuscito del tutto, anche se ho passato una buona ora con la lingua particolarmente sciolta e sparando parecchie cazzate, ma al solito la ragione ha voluto fottermi: ho ripiegato scatenandomi al ritmo di "Pop porno". La trovata dei video fatti da amici e parenti per Annalisa, a detta mia e non solo, è stata un po' pacchiana.
La solita esplosione di spirito dionisiaco, tanto per citare Nietzsche, no? Giovanna era un po' strana, ed è stata la prima a togliersi le scarpe per ballare (altro che sabba!). Irene e Cristina si sono ubriacate e si sono esibite in una versione molto partecipe e molto intonata di "Non ti scordar mai di me" di Giusy Ferreri, peraltro azzeccando tutte le parole e ispiratissime nel loro abbraccio. Luigi sembrava un giocattolo sessuale nelle mani di due o tre ragazze, ma secondo me fa solo finta di esserne infastidito.
Paolo è completamente pazzo, ma non ho ancora capito quale voglio che sia il suo peggio e quale che sia il suo meglio.
Davide, invece, con il suo equilibrio distaccato e vagamente a disagio, ma non troppo, mi ha favorevolmente colpito: lo dicevo, io, che quell'uomo è uno spirito apollineo nascosto! E' stato lui che alla fine mi ha accompagnato a casa, dimostrando un gran senso dell'umorismo negli scambi di battute con sua madre. Durante il viaggio Pietro mi si è addormentato accanto e mi ha fatto sorridere l'avere conferma che alla nostra età gli uomini, quando dormano, ringiovaniscono in maniera stupefacente (quest'osservazione mi capitò di farla anche in Grecia, quando sorpresi per caso mentre mi lavavo Luigi che dormiva, tutto vestito e scomposto, nella nostra cabina).
Alla fine le persone che più ci ispirano pietà o tenerezza sono le stesse che ci ispirano la rabbia più cocente quando vediamo i loro difetti, e in effetti avevo passato tutta quella settimana fissando Pietro con sguardo truce.
Bilancio della serata:
1) Non è macabro il festeggiare l'avvicinarsi alla morte?
2) Sono uno specchio opposto, tanto per citare Battisti, rispetto al genere umano.
3) Non sono dell'opinione corrente riguardo alle feste.
4) Gli esseri umani sono gli esseri più prevedibilmente imprevedibili che esistano, ed è per questo che sono così straordinari e terrificanti.
5) E' durante questa festa che sono stato lì lì di nuovo per innamorarmi. Devo fare attenzione.
Sì, in effetti non è molto. E' solo la cronaca di una vita annunciata.
"Mi sono alzato,
mi son vestito,
e sono uscito solo,
solo per la strada.
Ho camminato a lungo, senza meta,
finché ho sentito cantare in un bar,
finché ho sentito cantare in un bar.
Canzoni e fumo,
ed allegria:
io ti ringrazio,
sconosciuta compagnia."
(Lucio Battisti, La compagnia, 1976, da "La batteria il contrabbasso eccetera", testi di Mogol)
Il titolo è quello di una canzone di Pink di qualche anno fa. Anche lei tornava, dopo un bel periodo di assenza, e dichiarava di essere assolutamente viva e vegeta, alla faccia dei detrattori.
E in effetti è più di un mese che non vengo qui. Non perché non avessi nulla da scrivere, sia chiaro. Ma il mio PC, a metà dicembre, è improvvisamente morto - nel senso che non si accendeva nemmeno - ed è resuscitato solo lo scorso week-end, grazie a un collega di mio padre che per la gratitudine ho soprannominato "Gesù Cristo".
Mi sono "rivisto" con la Rete domenica scorsa, mentre avrei dovuto studiare per il compito di scienze, il giorno dopo - compito oltretutto facilissimo che non valeva affatto le otto ore complessive, tra sabato e domenica, per prepararlo -, ed è stato un incontro calorosissimo. Sembravamo non volerci lasciare mai, come due innamorati,
o come due tossicodipendenti reciproci.
Quante cose che sono successi! Giusto per citare le minuzie, mi sono iscritto su Facebook, ma ci sono tanti altri fatti che potrei raccontarvi. Quanti alti e bassi, quante strane sensazioni, quanti strani incontri, quante ore a tu per tu con l'arte!
Ho incontrato un amico di Giuseppe e adesso faccio il paroliere per un gruppo. Ho visto "2001: Odissea nello spazio" di notte ed è stata un'esperienza mistica che ha lasciato il segno. Credo di starmi innamorando, ma oramai è più di un mese e mezzo che lo vado dicendo, non mi crederà più nessuno.
Il problema è che non so neanch'io se sia amore e vero. Certe volte mi sembra di bollire, altre volte mi sembra di odiare quella certa persona, alle volte mi è del tutto indifferente, alle volte mi manca l'aria se non c'è; alle volte penso che l'amore sia inutile e da stupidi, altre volte mi comporto con la stessa maturità di una dodicenne; poi, invece, subentra la razionalità - che è il mio essere più vero - e le acque si calmano.
Nell'adolescenza gli amori - specie se non corrisposti - sarebbero una cosa normale, sapete? Vi pigliate qualcuno che vi piace particolarmente, amate, la persona in questione non vi fila proprio, voi continuate ad amarla, e così via, no? A me neanche questo. Spesso sembra più un odio che un amore.
Oh, certo che la maledizione di Amleto si paga, eh!
Ho visto persone cambiare. Ho visto una mia amica che conosco da dodici anni - Dio, sono vecchissimo, Rimbaud smise di poetare alla mia età - totalmente trasformata, più sguaiata, più frivola, più - absit iniuria verbo - "zoccola", e mi è venuta in mente "La canzone del sole".
Ho scoperto che l'intolleranza religiosa da parte dei cristiani nei confronti degli atei e degli agnostici - cioé io - esiste ed è più scoperta delle parti intime di Paris Hilton quando scende dalla sua auto. Me l'ha confermato un uomo che si chiama come il santo patrono d'Italia.
Ho scoperto di essere un fantasma, ma questo è un concetto che non vi posso spiegare.
E' finito il 2008, uno degli anni più belli della mia vita, e come al solito il tempo è contro di noi.
L'anno si è aperto con la festa per il 18° compleanno di Annalisa, la mia pellicana preferita, evento al quale desidero dedicare un post a parte. Vi basti sapere che è stato qualcosa di epocale, nel suo comunissimo epos.
"... Il nostro aristocratico C.!" (il mio professore di filosofia, mitico)
La mia imitazione di un certo uomo che non stacca le parole quando parla ha fatto furore nel mio corso.
Ah, sì: ho definitivamente capito che la via del bene non è quella che fa per me. Per niente. Io ho problemi di coscienza, se faccio del bene, quindi perché espormi a simili pericoli?
Ho covato perfino qualche istinto omicida, ma il mio spirito estetico mi ha impedito di attuare i miei pensieri. E poi sono troppo pigro.
La mia vita e il mio pensiero si possono riassumere in questa frase, l'ultima che Lucio Battisti abbia mai cantato:
"SUL VISO LA SINTASSI NON HA IMPERIO, NON HA NESSUN COMANDO."